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Il ritorno delle cimici asiatiche: si moltiplicano in modo vertiginoso

Con il cambiamento stagionale e il primo caldo primaverile ecco che tornano: le cimici asiatiche. Una fastidiosa e sovrabbondante presenza in numerose regioni italiane, ma anche, ormai, una piaga per il settore agricolo. Una storia che ha inizio intorno al 2012, quando questo insetto poco gradito (nome scientifico Halyomorpha halys) ha fatto la sua comparsa in Italia, affiancandosi alla già nota cimice verde (Nezara viridula). Proprio sette anni fa i primi esemplari venivano osservati dagli studiosi dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

A provocare l’invasione sarebbe la progressiva tropicalizzazione del clima alle nostre latitudini. Il fatto che non abbia antagonisti naturali ne ha favorito la rapidissima diffusione.

La cimice asiatica non rappresenta soltanto un ospite poco apprezzato nelle case, nelle abitazioni di campagna o negli agriturismi. E’ già diventato una minaccia per l’agricoltura. Trattandosi di insetti molto ghiotti, colpiscono la frutta e tantissime colture, da quelle arboree a quelle erbacee (come la soia), e così anche gli ortaggi, dai pomodori ai fagiolini. In alcuni casi le punture dell’insetto possono causare la perdita del raccolto. Senza contare il danno estetico che porta alla svalutazione dei prodotti nella filiera agricola.

Queste cimici dal colore marrone e grigiastro si riproducono in modo vertiginoso, proprio perché in Italia non hanno antagonisti. La situazione è invece diversa in Asia (dal Giappone alla Cina a Taiwan), dove alcuni imenotteri rilevano le ovature della cimice marmorata e vi inseriscono le larve, che una volta sviluppate le annientano.

Nel nostro Paese, al contrario, antagonisti naturali non sono presenti e quelli autoctoni non sono in grado di riconoscere le uova della cimice marmorata. Di qui la sovrappopolazione. A tutto questo si aggiungono le difficoltà legate alla normativa sull’importazione di insetti antagonisti, che non permettono agli agricoltori di effettuare una lotta strutturata come accade in Asia.

Una femmina depone dalle 300 alle 400 uova, due volte all’anno. Si comprende facilmente come il loro numero possa devastare in breve tempo interi frutteti e intere colture, in particolare nocciole, pere, pesche, ciliegie, mele, kiwi, peperone, soia e mais.

Questi insetti ronzanti che ormai sono protagonisti anche sui social, dove dilagano foto con “cumuli” di cimici, sono innocui e non trasmettono alcuna patologia all’uomo. Al di là del noto odore sgradevole che emettono se schiacciati, non rappresentano un pericolo per la salute. Ma l’impatto sul comparto agricolo sta diventando di anno in anno sempre più preoccupante, anche perché sono estremamente voraci: la loro saliva determina la necrosi della polpa, rendendo i prodotti invendibili.

L’aumento dei tassi riproduttivi della cimice asiatica è ormai un problema innegabile. Tanto che sono stati messi in campo stratagemmi per contenerne il numero: dalle reti anti-insetto ai pesticidi. Tutte soluzioni che, però, non risolvono a monte il problema. Le associazioni agricole di categoria, intanto, chiedono strumenti più efficaci per contrastare e frenare l’invasione.

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